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C A L I F O R N I A

Aggiornato il: 3 ott 2019

“Here I was at the end of America...no more land...and nowhere was nowhere to go but back.”

(Jack Kerouac, On the road)



Era ormai quasi un mese che viaggiavo senza fermarmi, ma il mio viaggio era in realtà iniziato 4 mesi prima, quando avevo lasciato l'Italia per quel lungo e scomodo e emozionante volo che mi aveva portata in America.

E dal primo giorno, quando leggevo Sulla strada di Kerouac al tavolino dello Starbucks di Palm Beach Gardens, quando scrivevo o disegnavo con foga sui miei diari davanti al mare, quando la sera aprivo sul letto la mia grande cartina degli Stati Uniti e mi immaginavo la strada che avrei percorso, era sempre implicitamente stato uno l'obiettivo più importante: il Pacifico.


Sapevo che non avrebbe rappresentato la fine del mio viaggio - piuttosto la metà esatta - ma era comunque un arrivo, una linea di confine, la fine dell'America, da lì, proprio come diceva Kerouac, non c'era nessun posto in cui andare, se non tornare indietro.


Quando quel tardo pomeriggio, ormai buio, appiccicata al finestrino della Noble Beast sulla Interstate 8, vidi quel rettangolo azzurro con un disegno di papaveri gialli e la scritta


Welcome to California ENTERING PACIFIC TIME


sentii il cuore esplodermi di gioia, e un miscuglio di emozione e incredulità per essere riuscita ad attraversare tutto il paese, da sola, sulle mie gambe, e tutte le persone incontrate fino a quel momento, tutte le notti arrotolata nel mio sacco a pelo abbracciata al bicchierone di tè bollente delle gas station, tutti i deserti, i monti, i parchi, gli alberi, i cactus, i fiumi, le coste, i grattacieli che avevo ammirato e toccato, tutta l'America che avevo conosciuto fino a quel momento divenne reale, non era più un momento di passaggio, c'era stata e lì restava, dentro la mia testa nel mio cuore e nei miei piedi, e mi aveva portata lì.


Escludendo Slab City, che fu un inizio di California stratosferico e di cui vi ho già parlato, la mia esperienza nel Golden State si può dividere in 3 capitoli:


1: San Diego, o meglio El Cajon, o meglio vivere nel parcheggio di un mechanic shop.


Questa è quella storia che quando la racconto mi trovo davanti un interlocutore a bocca aperta, sconvolto, inorridito, forse un pò schifato, magari non mi crede del tutto, a volte divertito. Io stessa se mi avessero detto che mi sarei trovata in questa situazione avrei fatto di tutto per evitarla, avrei pensato che non sarei riuscita a sopportarla. Ma a volte come dice la vecchia Mary, neanche lo senti il gusto amaro della pillola talmente sei deliziato dalla dolcezza dello zucchero.

Già dalle parti di Yuma, Arizona la Noble Beast aveva iniziato a dare cenni di cedimento. Qualche rumorino inaspettato, qualche pezzo che cedeva staccandosi per la strada.

Arrivati a San Diego, di corsa veloci per mettere finalmente i piedi nella sabbia e pucciarli nel mare, le avevamo forse dato il colpo finale.

Dopo aver visto i leoni marini sulla spiaggia, aver sognato seduti davanti al maestoso Oceano Pacifico, aver mangiato un delizioso cheeseburger sentendoci un pò in vacanza tra gli skater e le alte palme della costa californiana, tornati al camper per spostarlo in un posto in cui avremmo potuto passare la notte, ci scontrammo con la realtà.

La bestia non partiva. Neanche un cenno di potenza, la chiave girava a vuoto, il motore era muto. Poco consapevoli della gravità del danno e un pò indecisi sul da farsi, passammo la notte in un motel lì a due passi e rimandammo il problema all'indomani: dopo quasi un mese di viaggio, finalmente dormii su un vero letto, con un vero cuscino e un piumone sofficissimo, mi specchiai in un bagno tutto mio (mio e dei miei compagni di viaggio!) e feci la pipì appena sveglia.

I veri piaceri della vita.

Comunque, il giorno dopo la Noble Beast era nella stessa condizione in cui l'avevamo lasciata. Amanda cercò quindi il numero di un meccanico che potesse venirci a recuperare con un carro attrezzi, e un paio d'ore dopo ecco che venivamo trasportati a El Cajon, una cittadina nella Contea di San Diego, proprio al confine della città.

Un'ampia strada extraurbana, uno spazio brullo in cemento davanti a una bassa officina, intorno qualche fast food, qualche gas station, qualche negozio un pò losco da periferia: un sexy shop, un rivenditore di munizioni, un negozio di canapa e legal weed.

Davanti a una vaschetta di riso e pollo speziato, seduti in cerchio su vecchi copertoni e cassette rovesciate, io, Amanda e Ray ascoltavamo Carlos, il proprietario dell'officina e Edgar, il suo fido collaboratore, che dopo averci offerto quella cena messicana ci spiegavano il problema al motore della Noble Beast, e come avrebbero provato a risolverlo. Di certo, avremmo dovuto trascorrere i successivi 7 giorni lì.

Quel parcheggio divenne la nostra casa.

Il bagno coperto da uno strato di olio scuro dell'officina, la nostra doccia giornaliera.

Il messicano Carlos e l'ex galeotto Edgar, con il suo tatuaggio sulla testa rasata che diceva "Fuck what you think", divennero la nostra famiglia: di giorno lavoravano nell'officina, la sera ci portavano a giocare a biliardo in qualche malfamato locale della periferia, ci prestavano una vecchia macchina per raggiungere facilmente il centro di San Diego e le sue spiagge e le sue scogliere, ci portavano oltre il confine, in Messico, a mangiare i tacos più piccanti mai esistiti in una bottega di Rosarito, a riempirci la pancia di ogni tipo di delizioso carboidrato in un tipico panificio di Tecate, a girare per le strade buie e pazze di Tijuana, ad assaggiare gli orrendi toastilocos comprati da un ambulante in coda alla frontiera per tornare negli USA.

Lo Starbucks qualche decina di metri più in là era la mia meta ogni mattina, quando mi svegliavo presto, mettevo il mio pc e il mio beauty nello zainetto e mi dirigevo lì: mi piazzavo al mio solito tavolo, ordinavo un tè verde Venti, andavo a fare la pipì e lavarmi faccia e denti in bagno, e scrivevo e parlavo con famiglia e amici a casa.


La settimana divenne 15 giorni, alla fine arrivammo quasi a 20.

L'amicizia coi compagni di viaggio, che in questa bizzarra situazione stabile divennero veri e propri coinquilini, si solidificò molto. Davanti alla griglia portatile su cui cucinavamo le nostre cene, ai breakfast burrito da 1 dollaro che ci bastavano per colazione e pranzo, davanti alle birre nel buio ma ormai familiare bar in fondo alla strada, mentre visitavamo il Balboa Park, La Jolla, Pacific Beach, Mission Bay ci scambiavamo racconti di vita, gusti, ricordi, confessioni, pensieri, battute, e loro correggevano il mio inglese e mi insegnavano tutto quello slang che mi schiarì le idee su tante conversazioni passate, e future.


Scoprimmo cosa succede nelle prigioni americane, grazie ai crudi racconti di Edgar che per noi era come un tenero zio, ma nascondeva un passato da brivido.


Imparammo che niente al mondo è peggio dell'odore di una spruzzata difensiva di puzzola sul muso del povero Jack, che passò 3 giorni depresso e inondò tutto il camper di un olezzo così terribile che dovemmo tenerlo spalancato per una settimana, e io dovetti dormire con le salviettine umidificate nel naso per non sentire quell'odore metallico, chimico, nauseabondo che impregnava ormai ogni superficie intorno a noi.


Conoscemmo San Diego e i suoi dintorni e lí ci sentimmo, per un pò, a casa. Dopo settimane a girare come trottole per il paese, era bello rallentare e goderci il tempo a disposizione.

E poi, posso dire di aver vissuto 3 pazze settimane della mia vita nel parcheggio di un’officina nella periferia di San Diego: how cool is that?


2: E i piccoli indiani rimasero in 3: Orange County e Los Angeles.


C'eravamo quasi. Finalmente il motore era tornato all'interno della Noble Beast, sembrava davvero che saremmo riusciti a ripartire. Ma mancavano ancora alcuni dettagli da aggiustare.

Ray però doveva partecipare a non so che fiera di fumetti dalle parti di Seattle, e il tempo per arrivarci con calma era ormai finito. Intorno al 16esimo giorno, lo salutammo, con il suo grosso zaino sulle spalle, la sua andatura dondolante, diretto alla stazione dei bus dove avrebbe lasciato la California.

Rimanemmo così in 2. Anzi, in 3: io, Amanda e il fido Jack.

Il giorno in cui Carlos e Edgar ci dissero che era tutto pronto, che potevamo partire, era stata una grande festa. Tutti i meccanici dell'officina e gli impiegati dell'autolavaggio a fianco, che avevano assistito a quel nostro bizzarro campeggio, che mi avevano vista ogni giorno uscire dal garage con l'asciugamano a mò di turbante in testa, le infradito e il mio beauty stretto tra le braccia, ci vennero a salutare calorosamente, e ad augurarci buon viaggio.

Salutammo la bella e vacanziera San Diego, con le sue scogliere impetuose e le sue spiagge piene di surfisti, salutammo il vicino Messico e la ormai familiare El Cajon, e imboccammo la Interstate 5, sulla costa pacifica, in direzione nord.

Usciti dalla Contea di San Diego entravamo nella Orange County. Per chiunque nato dagli anni '80 in poi l'accostamento con la serie O.C. sarebbe stato immediato come per me, e Amanda, decisamente poco avvezza alla TV e a qualunque mezzo di comunicazione popolare e di massa, mi guardava un pò confusa mentre urlavo entusiasta "Californiaaaa Californiaaaaaaaaaa here we cooooooomeee!"

Quanto siamo influenzati dai telefilm e i film con cui cresciamo? Quelle ville affacciate su quella costa movimentata mi sembrava di conoscerle, i moli in legno, i diner sul lungo mare che vendevano zuppe di granchio e lobster roll erano così familiari.


Dirigendomi a Los Angeles non ero sicura di cosa aspettarmi. Prima di partire, più di una persona mi aveva consigliato di non fermarmici neanche: era una città grande, caotica, grigia, sporca, pericolosa, non c'era nulla di speciale da vedere.

Mai consigli furono meno azzeccati.

Visitare Los Angeles ti riempie gli occhi di dieci città diverse in una volta sola. Le strade sono autostrade, i quartieri città, le colline sono montagne, i negozi sono mall, le case sono ville, le spiagge deserti, il mare oceano.

Camminavo per quelle strade orlate di altissime palme con le stelle negli occhi emozionandomi davanti all'Hollywood sign quanto mi emozionerei davanti a un celebre monumento antico, immaginandomi qualche star assonnata a bordo piscina passando davanti allo Chateau Marmont in Sunset Boulevard, specchiandomi nelle brillanti boutique di Rodeo Drive, mangiando bibimbap a Koreatown, ramen a Little Tokyo, chop suey a Chinatown, bevendo una birra tra i frettolosi impiegati in giacca e cravatta in un affollato bar tra i grattacieli di Downtown, calpestando i nomi celebri sulla Hollywood Boulevard, osservando le evoluzioni degli skater a Venice Beach e mischiandomi alla folla di giovani alternativi che passeggiavano tra i coffee shop e i negozi di tshirt stampate, mangiando un corn dog sul Santa Monica Pier, immaginandomi Mitch che corre coi suoi boxer rossi giù da una torretta da guardiaspiaggia a Malibu, aggirandomi tra le maestose ville di Bel Air quando Amanda ed io siamo rimaste incastrate con la povera Noble Beast in una stretta via sulla strada per l'Hollywood Sign.

Quanti clichè, si, ma quanta bellezza ho trovato a LA.


3: Sognare ad occhi aperti: Big Sur, San Francisco, Santa Rosa, e l'addio alla Noble Beast.


Ci doveva pur essere un motivo per la sua celebrità: la California, più la risali, più diventa pazzesca. E io nemmeno l'ho vista tutta.

Uscire dalla caotica Los Angeles è già un viaggio di per sè: se poi si ha un pò di tempo a disposizione, essendo diretti a San Francisco, non ci si può perdere l'avventura lungo la CA1.

Ci vogliono 3 o 4 ore buone in più rispetto alla scorrevole Interstate 5, ma può essere una buona scusa per spezzare il viaggio e fermarsi a dormire sulla strada, godendosi uno dei panorami più spettacolari che la costa americana può regalare.

Noi ci fermammo in un RV park in mezzo ai redwoods, dove mangiai una colazione da regina e feci la doccia più gelida della mia vita.


La strada è tutta un salire e scendere, con curve vertiginose su scogliere senza fine, contro le quali un oceano immenso si scontra con forza. La natura fitta e rigogliosa a destra, le spiagge e i leoni marini e le onde a sinistra, un cielo sconfinato sopra la testa: io e Amanda eravamo al settimo cielo.

Dopo aver superato San Luis Obispo (in inverno assisterete allo spettacolo di migliaia di farfalle Monarca, che si fermano qui durante la migrazione), Morro Bay, Big Sur, Monterey, Santa Cruz, ecco là in fondo, dopo questo viaggio meraviglioso, il premio: San Francisco.


Ho deciso di non dedicare un capitolo intero a San Francisco per evitare di essere prolissa. Potrei andare avanti a parlarne per ore, senza di fatto dire niente. Il mondo è pieno di luoghi meravigliosi, alcuni sono davvero speciali: San Francisco è uno di questi. E' una città che ti fa tornare fiducia negli esseri umani: la sua esistenza è la prova che anche oggi siamo capaci di creare e mantenere il bello, di vivere pacificamente, di seguire valori positivi, di amare la natura pur vivendo in una grande metropoli, di circondarci di arte pur abitando nel nuovo continente, di coesistere con persone di estrazione sociale, provenienza, aspetto, gusti, età completamente diversi tra loro.


Non perdete:


I luoghi simbolici della Summer of Love

- Haight-Ashbury: con le case di Janis Joplin e dei Grateful Dead, e il celebre negozio di dischi Amoeba.

- Golden Gate Park: con al suo interno, tra le altre cose, la California Academy of Sciences progettata dal grande Renzo Piano.


I luoghi simbolici della Beat Generation

- North Beach: la sua culla, oltre che la Little Italy di SF.

- City Lights: la meravigliosa libreria tempio della Beat.

- Vesuvio Cafè: in Columbus Ave, per immergervi nel suo spirito.

- Jack Kerouac Alley: un vicolo dedicato allo scrittore, decorato con le sue frasi, che collega Columbus Avenue a Chinatown.


- Chinatown

La più bella che io abbia mai visitato.


- Berkeley

Giovane, dinamica, piena di locali.


- Sausalito

Per una vista pazzesca sul Golden Gate bridge.


- Castro

Un quartiere variopinto e significativo per la comunità LGBT mondiale, in cui avvistare i tram milanesi.


Più tutti i luoghi più turistici che troverete nella vostra guida, e delle scarpe comode per camminare, camminare, camminare e risalire le ripide bellissime strade della città.


Ho passato una settimana meravigliosa in questa città, dove ho ritrovato amici couchsurfer che avevo conosciuto in South Florida, conosciuto persone nuove provenienti da ogni angolo del mondo, partecipato a party universitari, esplorato capannoni dove giovani artisti costruivano le strutture maestose che avrebbero portato al Burning Man, messo alla prova i miei polpacci sulle salite impervie della città, e mi sono innamorata di tutta la cultura musicale e letteraria che ha partorito.


Poi, Amanda ed io siamo ripartite, alla volta di Santa Rosa.

Già dalla San Francisco Bay Area il clima inizia a cambiare, una coltre di nebbia spesso ricopre il paesaggio rendendolo freddo e misterioso. Le zone della Napa Valley, Santa Rosa, Bodega Bay (un luogo interessante da visitare, dove è stato girato Uccelli di Hitchkock) sono isolate, selvagge e lontane dal glamour della California meridionale.

Questa è stata una parte del viaggio più introspettiva, che ho passato con persone care che sono andata a visitare, non ho quindi aneddoti di viaggio da condividere.

Per qualche motivo, però, anche il destino si era accorto che la California doveva segnare un punto d’arrivo, per la mia avventura sulla strada. Ripartite da Santa Rosa alla volta di Las Vegas, la Noble Beast, ancora una volta, tirò le cuoia.

Eravamo a Bakersfield, avevo ancora un mese prima del mio volo di ritorno in Italia, il tempo stava iniziando a scorrere rapidamente, non potevo più attendere la sua ripresa.

Salutai Amanda e Jack, ringraziando l’universo per avermeli fatti incontrare, con un groppo in gola per doverli lasciare.

Comprai un biglietto Greyhound, lasciai qualche maglietta e qualche felpa nel camper per far spazio ai cowboy boots che avevo comprato in Arizona, e con le mie Superga non più tanto bianche e ormai lise e bucate, mi diressi alla stazione dei bus, con il cuore all'impazzata.

Avevo la stessa sensazione di quando partii 5 mesi prima da Linate. La stessa sensazione di quando lasciai la casa della famiglia C a North Palm Beach per iniziare il mio viaggio in South Florida.

Ancora una volta, ero da sola.

Ma stavolta non avevo paura.


--


Nota: Amanda finí per passare altre due settimane a Bakersfield. Sostituí completamente il motore della Noble Beast e finalmente il problema fu risolto. Continuò a viaggiare sulla West Coast e finí poi per stabilirsi nello stato di Washington, prima nel suo camper, poi in una casetta sul fiume che affittò per lei e Jack, dalla quale avvistava aquile e altri animali selvaggi quasi tutti i giorni.

Trovò lavoro in una gas station, e realizzò il suo sogno di vivere a contatto diretto con la natura.













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