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India, 3

Il nodo ferroviario di Gorakhpur è uno dei principali punti di scambio dell'Uttar Pradesh, per raggiungere il resto del nord dell'India, e il Nepal. E' un impressionante agglomerato di persone, animali, grossi pacchi e bagagli, un via vai di tuc tuc, motorini, macchine, carretti. Gente che mangia, dorme, parla, ti fissa nell’insistente maniera indiana in attesa di treni che non si sa quando arriveranno.

Era un ennesimo sconvolgimento questo approccio alle stazioni ferroviarie indiane, nonostante le due settimane già passate da quelle parti il degrado e la sporcizia erano difficili da approcciare. E la totale disorganizzazione che senza dubbio sembrava destabilizzare solo noi, che mentre tutti avevano qualcosa da fare, ci aggiravamo nell’oscurità della sera tra gli incomprensibili annunci in Hindi e l’incertezza di quando, e come, saremmo riuscite a partire.


Sapevo che tra i diversi mezzi per viaggiare attraverso il paese, il treno era il più rappresentativo della vera vita indiana, dei suoi ritmi, della società, delle abitudini delle centinaia se non migliaia di persone che ne riempivano i vagoni.

Non avevamo ancora internet sui cellulari a quel tempo, quindi per l’acquisto dei biglietti ci rivolgevamo sempre alle reception delle Guest House che ci ospitavano. Questo comportava il pagamento di una piccola commissione sul costo del viaggio, ma si trattava di cifre talmente irrisorie da non pesare sulle nostre ristrette finanze.

La più economica tra le tariffe disponibili era la Couch, cioè il posto in un vagone con sedili non numerati, che significava stringersi in piedi tra una folla che finiva addirittura appesa fuori dalle porte della carrozza, che restavano aperte durante tutto il viaggio per areare il vagone: sedute a terra appoggiate ai nostri zaini nella stazione di Gorakhpur ringraziammo il cielo di non aver scelto questa opzione, quando vedemmo le persone in attesa degli altri treni correre mentre i convogli si avvicinavano senza essersi ancora fermati per scapicollarsi all’interno delle carrozze e accaparrarsi i sedili liberi.

C’era poi la tariffa Sleeper, ovvero dei vagoni composti da cuccette aperte con tre letti per lato, uno sopra l’altro, e due letti perpendicolari ad essi al di là del corridoio del vagone. Anche questa soluzione era decisamente affollata, di certo non rilassante, ma restava incredibilmente economica e ci permetteva di avere un posto assicurato e di farci una dormita in attesa di arrivare a destinazione. Questa fu la nostra scelta.

Restavano altre tre opzioni: prima, seconda e terza classe. Mentre la prima e la seconda erano decisamente al di sopra delle nostre aspettative di spesa, la terza ci era stata descritta come identica alla Sleeper ma con la differenza dell’aria condizionata, che ci aspettavamo gelida e gocciolante e non ci sembrò quindi meritevole della spesa.

È doveroso puntualizzare che per i nostri spostamenti, i nostri pasti e i nostri pernottamenti abbiamo sempre speso davvero pochi soldi, credo mai superando i 5 euro totali. Non conosco i prezzi della prima classe, ma penso che per una tratta lunga come quelle overnight che attraversammo noi, non si spendesse più di 20 o 30 euro. Ci trovavamo dunque nella nostra prima immensa stazione indiana, i nostri biglietti stampati su due fogli A4 piegati a metà, un orario e un binario in testa e una confusione intorno a noi che ancora una volta ci faceva sentire due aliene. L’interno della stazione ci appariva spaventoso, cupo e scuro a differenza dell’imponente facciata illuminata che ci aveva accolte. Le grandi sale d’attesa gremite e maleodoranti, i bagni allagati, i cartelli incomprensibili e ancora gli occhi di tutti addosso ci facevano sentire a disagio.

Passammo quindi quei minuti, quelle ore di attesa sulla larga banchina, sedute a terra tra famiglie che banchettavano, viaggiatori che dormivano e venditori ambulanti che carichi di pani, pacchetti di patatine al masala e fumanti samosa si destreggiavano a passo sicuro scavalcandoci.

A un certo punto, fischiando e fumando, il treno arrivò.

Ce ne accorgemmo dal rumore, e dalla folla di passeggeri che di fretta si alzarono per correre a lanciarsi sulla carrozza ancora in corsa. Frastornate, eccitate, ci scapicollammo dal capotreno e riuscimmo ad appropriarci dei nostri lettini.


Sembra sciocco parlare di una corsa in treno come di una difficile avventura, ma questo è quello che fa l’India: ti sbatte di fronte la sua natura cruda, ti mette alla prova smontando quelle certezze che nella vita normale ti rendono forte, ti guarda dritto in faccia attraverso tutti quei grandi occhi neri che ti fissano insistenti in attesa della tua prossima mossa, dal basso verso l’alto quando avvolta in un sarong, con lo zaino come cuscino, provi a fare una dormita sulla brandina più alta delle tre ricordandoti che non è tutto scontato, che la verità non la detieni tu, che il mondo facile che ti ha formato non è poi così reale, il mondo è tanto e altro e scorre traballante fuori dai finestrini mentre tu, spettatrice, non puoi far altro che guardare a tua volta.












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