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India, 1

Il superfluo vecchio copriletto ruvido mi pizzica sul pezzetto di caviglia che sbuca dai larghi pantaloni di cotone mentre con una gamba incrociata sotto l’altra coscia sto piegata sul basso tavolino in legno a sorseggiare da un piccolo bicchiere di rame il primo di una lunghissima serie di dolci e bollenti chai. Dalla porta alla mia sinistra sento i rumori della reception del Vip Intercontinental, che a differenza del suo pomposo nome è un minuscolo hotel di due stretti piani schiacciato tra due grandi palazzi diroccati. Dalla porta alla mia destra sento i rumori della stanza a fianco, altri viaggiatori zaino in spalla probabilmente, vista la cadenza nordeuropea che sembrano avere le loro frasi e i prezzi decisamente contenuti dell’albergo in cui ci troviamo. Addento il pane tostato con la dolcissima marmellata industriale che sto dividendo con A, seduta a gambe incrociate di fianco a me, e attraverso la terza e ultima porta della nostra camera, aperta di fronte a noi, intravedo qualche sottile raggio di luce entrare dalla finestra del bagno, l’unica apertura sull’esterno che abbiamo a disposizione, che ci offre una ristretta vista su un cavedio oscuro e un po’ maleodorante, con lenzuola, strofinacci e colorati sari appesi alle finestre a coprire il piccolo spicchio di cielo che sbuca tra i palazzi.

La città, in cui siamo arrivate ieri nell’oscurità della tarda serata e della mancanza di illuminazione stradale tipica di alcune parti del mondo, dopo un estenuante volo dai mille scali e una corsa in taxi tra ombre e profili di uomini, bambini, animali che proprio in quella fresca oscurità vivono la loro vita ai lati della strada, resta ancora un mistero per noi chiuse in questa piccola stanza.


È una città coloniale Calcutta, con i fastosi palazzi bianchi e azzurri e le eleganti chiese che si alternano ai più tipici polverosi edifici commerciali indiani, il pigro Hoogly River sulle cui sponde si alternano sacre abluzioni e via vai di commercianti,

grandi parchi verdi incorniciati da strade gremite di macchine e motociclette e furgoni e tuc tuc, tra i cui clacson si destreggiano persone di tutte le fogge, bambini a piedi nudi, giovani venditori di sigarette o schede telefoniche, uomini in giacca e cravatta che sudati raggiungono i loro uffici, anziani con sarong intorno alla vita che masticano paan accucciati a terra. Sono le prime contraddizioni che caratterizzeranno questo nostro mese in India. Iniziavano qui un mese di sguardi estranei fissi nei nostri occhi, di un costante sottofondo di clacson e scampanellii, di confusione e a volte rabbia di fronte alle incomprensioni, ai disagi, alla disorganizzazione e apparente mancanza di cura, alla povertà brutta e mai celata ma anzi sbattuta in faccia fino a creare imbarazzo e sofferenza, ma anche curiosità, e allora la rabbia poi si rivolgeva a noi stesse e alla nostra vita da privilegiate e l’ingratitudine con cui sempre l’abbiamo data per scontata. A conti fatti, è forse proprio la rabbia il sentimento più intenso provato in quei giorni laggiù. Ma poi i sorrisi, le parole attraverso gli occhi, le colorate ghirlande di fiori, il profumo intenso dell’incenso e del masala, la bellezza delle rappresentazioni sacre e l’armonia con cui la religione abbraccia la vita quotidiana, le passeggiate tranquille tra i templi e le corse sfrenate con la musica hindi assordante sui tuc tuc, il gusto delizioso del tikka paneer e la birra tiepida servita in teiere nei ristorantini senza licenza per la vendita di alcolici, i ragazzini coi loro aquiloni colorati sui tetti dei grigi palazzi.

Potevano esistere quella bellezza e poesia senza ciò che tanto mi faceva arrabbiare? Non era proprio il contrasto tra il grigio e i colori brillanti, tra il profumo delle bouganville e la puzza delle latrine, tra il sacro e il disperato, tra i palazzi e le baracche, le lente vacche e i rumorosi motorini a costruire quella sensazione così speciale che accompagnava noi visitatrici quasi aliene alla scoperta di un mondo esotico e nuovo?


Tra tutti i luoghi che ho visitato, l’India è stato il luogo che più mi ha messo alla prova, fisicamente ed emotivamente.


Calcutta, il nostro porto di accesso al Paese, era solo l’inizio.








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