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India, 2

Era facile commettere errori e sottovalutare l‘India.


La terza o la quarta sera a Calcutta, che si chiama in realtà ormai da vent’anni Kolkata, grazie al processo di ridenominazione delle città indiane, A e io passammo un’oretta alla bus station che raggiungemmo dopo aver attraversato un fiume di bancarelle e aver contrattato per l’acquisto dei nostri primi bangles colorati e orologi Casio Made in China. Cercavamo di scoprire come e quando poter raggiungere la nostra prossima tappa, Darjeeling, che immaginavamo come una verde e fresca oasi tra le cime Himalayane, e che già anelavamo dopo pochi giorni nella calda e faticosa Calcutta.

In quel caotico spiazzo disordinatamente pieno di pullman e persone non riuscivamo a intercettare la biglietteria, ma fummo noi stesse intercettate da un panciuto venditore che una volta saputa la nostra destinazione ci accompagnò in un vero e proprio tour tra i mezzi che nei giorni a venire sarebbero andati là.

Non c’era un modo di raggiungere Darjeeling direttamente, ma c’erano vari autobus diretti a Siliguri, la città ai piedi delle alture che avremmo poi dovuto percorrere per un dislivello di 2000 metri fino ad arrivare a destinazione.


Erano circa 700 i chilometri tra Kolkata e Siliguri, ci si prospettava un’intera notte in pullman e la scelta del mezzo ci sembrava essenziale per assicurarci un viaggio confortevole. Ci aggiravamo dunque tra i vecchi bestioni arrugginiti che il lento venditore ci indicava, ispezionandoli e spiando tra i finestrini nelll’intento di scegliere il pullman perfetto per noi. Questo fu uno degli errori più sciocchi che commettemmo in India: pensare di poter controllare il grado di scomodità e disagio che avremmo provato viaggiando in economia.


Per la prima nostra traversata di 10 ore scegliemmo un vecchio autobus con le due classiche file da due sedili sopra i quali, al posto delle classiche cappelliere, incombevano dei lettini sospesi che ci erano sembrati ideali per una tranquilla notte di sonno.


Inutile dire che ci ritrovammo incastrate per 17 ore (scoprendo, tra le altre cose, che i mezzi in India sono sempre in enorme ritardo) schiacciate in due tra il soffitto del bus e una brandina in ferro coperta da un sottile materassino lurido, senza nessun parapetto che ci impedisse di volare giù con i sobbalzi del pullman sulle strade dissestate, aggrappate dunque al finestrino aperto che areava quell’antro caldo con la calda e inquinata aria notturna e con una tendina che ci separava dagli sguardi incuriositi degli altri viaggiatori indiani.

Arrivammo a Siliguri distrutte, senza aver dormito più di una mezz’ora su quello che è entrato nella top 5 dei peggiori viaggi della nostra vita, ricoperte dalla fuliggine che attraverso il finestrino si era annidata in ogni piega della nostra pelle, sulle palpebre, nelle orecchie, sul collo e nella bocca, sconvolte da un nostro dirimpettaio di brandina che apparentemente aveva passato l’intero viaggio a trastullarsi fissando la povera A attraverso le tendine in movimento.

Così stanche da optare per una costosissima jeep privata per raggiungere Darjeeling dalla bus station di Siliguri, attraverso le verdissime e poetiche piantagioni di tè, tra i ripidi tornanti e le nubi fitte di pioggia che iniziavano a circondare il paesaggio. Riuscimmo a dormire più in quelle due comodissime ore di curve che in tutto il viaggio per arrivare lassù.

Non ho idea di che auto fosse, so di certo che non era un auto elegante, ma nessun sedile mi è mai più sembrato comodo come quello, nessun guidatore più delicatamente esperto, nessun’aria condizionata più fresca e pulita.


Prospettive, contrasti.


Ci aspettavano alcuni giorni tranquilli nella fresca Darjeeling, tra degustazioni di tè, gruppetti di escursionisti che preparavano i loro zaini per attraversare il confine col Buthan, pacifici templi tibetani a picco sul vuoto, i nostri sguardi fissi sulla spessissima coltre di nubi che mai abbandonò il cielo facendoci sempre sentire come fluttuanti nel nulla, ma che ogni tanto, per un momento, spostandosi mostrava un piccolo pezzo di Himalaya, una fettina di quella che sapevamo essere il maestoso Kanchenjunga, una delle vette più alte del mondo.

Non siamo mai riuscite a vederlo per intero - il clima lo rende impossibile, d’estate - ma la percezione di tanta maestosità che incombeva al di là di quelle nuvole così pesanti da appoggiarcisi addosso, sospese i nostri giorni a Darjeeling in un infinito attimo in cui abbiamo vissuto in cielo.


Da lì, ci siamo dirette in Nepal.









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