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The last free place

Aggiornato il: 3 ott 2019

Era una tarda serata di inizio febbraio, era da poco passata la mezzanotte.

Amanda guidava nell’oscurità profonda, attenta a non perdere un segnale qualsiasi ai lati della strada. Io le stavo di fianco, gli occhi piantati fuori dal finestrino, e dietro di noi anche Ray guardava fisso davanti a sè. Si intravedevano delle montagne, la cresta scura sul cielo buio, e intorno solo un’idea di deserto, di chiaro solo quel piccolo pezzo di strada illuminato dai fari della Noble Beast, e un poco di terreno sabbioso e roccioso ai lati.


Avevamo seguito le poche indicazioni che, sbuffando, ci aveva dato la donna alla pompa di benzina, dove avevamo rifornito il camper e comprato tanta acqua e un pò di provviste.

Chissà quante altre volte si era sentita rivolgere quella domanda da gruppetti di hippie su mezzi malmessi, in quella desolata cittadina in mezzo al nulla.

Il suo dissenso era palpabile.

Era semplice: continuate per questa strada, e quando trovate il ristorante messicano, girate a destra. Poi, sempre dritto verso le montagne.

Al losco e un pò dimesso ristorante messicano ci eravamo anche fermati, per mangiare un unto ma delizioso burrito e decidere se fermarci lì a dormire, vista la tarda ora, oppure continuare.

Ma Niland, California, era una cittadina piccola, spoglia, povera e malandata. Non aveva nessuna attrattiva e non ci sembrava neanche un posto sicuro dove fermarci per la notte.

E poi, avevamo una voglia pazza di arrivare.


Ed ecco che finalmente, dopo neanche mezz’ora nel buio dal ristorante messicano, apparve il primo segnale. Vedevamo un rettangolo chiaro avvicinarsi, era la parete bianca di un piccolo rudere sul lato della strada, e su di essa la scritta:


Slab City

you’re almost there


Urlammo eccitati, come se non ci avessimo creduto veramente, prima di allora, che l’avremmo trovata. Forse non eravamo nemmeno sicuri che esistesse realmente.

E invece, ecco che nel buio iniziavamo a intravedere qualcosa: un’altura dalla forma irregolare, il profilo di grandi serbatoi all’orizzonte, qualche parallelepipedo sparso qua e là.

Ci fermammo in quello che ci sembrava uno spazio adeguato - impresa facile, visto che eravamo in una grande area sterrata con niente intorno - e andammo a dormire felici e impazienti di risvegliarci lí.


Ora, chiariamo un paio di punti: era l’inizio del 2011, certo non la preistoria, ma io di Slab City prima di incontrare Amanda non avevo mai sentito parlare. Nemmeno sapevo fosse quello il suo nome, quando l'avevo vista nel film Into the Wild.

Quando l’avevamo cercata insieme su Google, quella famosa sera a Tampa in cui avevamo messo giù il nostro itinerario, avevamo trovato pochissime notizie, e la sua posizione non era segnata su Google Maps.

In qualche forum si vociferava che si trovasse vicino a Niland, poco dopo il confine tra Arizona e California, in un‘ex area militare nel deserto, alle cui spalle si stagliavano le Chocolate Mountains.

Ma sembrava che il posto volesse esser tenuto segreto.

Ma cos'era Slab City? Era una comunità di hippies, insediata negli anni '50 in una zona molto povera del sud della California, per vivere a contatto con la terra e al di fuori della società, in roulotte, camper, tende, auto dismesse, senza elettricità nè acqua corrente.

Alcuni vivevano lì da allora, altri ci si erano trasferiti negli anni.

Per me era assurdo, quasi incredibile che nel bel mezzo dell’America potesse esistere un posto cosí.


Esisteva.


Quella mattina ci svegliammo all’alba e la scena che mi trovai davanti agli occhi era ancora più incredibile di quello che mi ero immaginata.

La luce del sole che nasceva colorava il cielo e la sabbia di un giallo dorato quasi abbagliante. In lontananza, illuminava diverse roulotte, piccole costruzioni, ammassi di rottami, ruderi sparsi in uno spazio ampio e pianeggiante.

Alle mie spalle, riconobbi quell'altura irregolare che ci aveva accolti avvicinandoci a Slab City: il sole ne illuminava i colori brillanti, e fu la prima cosa che corsi a vedere.

Era la Salvation Mountain: una vera e propria montagna artificiale costruita e decorata negli anni da Leonard, l'ormai anziano artista che attraverso grandi e scenografiche scritte dedicate a Dio - Dio inteso come Amore - colate di colore e applicazione di diversi materiali di recupero, l'aveva resa simbolo meraviglioso di una città dove non contavano denaro, potere, cose materiali. Amore, pace e condivisione erano gli unici valori significativi.

Scalai ed esplorai la montagna e i suoi dintorni in quell'alba emozionante, ed ebbi la fortuna di assistere al risveglio di Leonard, che acciaccato uscì da un furgoncino dismesso che era la sua casa, e dopo essersi lavato e vestito venne a salutarmi e a parlarmi della sua opera, e della sua vita.

Mentre parlavamo, mi mise in mano un pennello e mi chiese di dargli una mano a pitturare una piccola porzione della montagna con della vernice azzurra.

Mi sentivo benedetta.


La giornata continuò così, con il mio stupore continuo nel passeggiare tra la sabbia e scoprire le roulotte attrezzate con serbatoi d'acqua e generatori, le vecchie auto trasformate in piccole case, un pullman per metà inserito sotto la sabbia che era diventato un'abitazione, una biblioteca con scaffali pieni di libri e vecchie poltrone in cui leggerli letteralmente in mezzo al nulla, e la lapide della bibliotecaria che l'aveva creata ed era stata sepolta proprio lì, vicino al suo paradiso in terra.

E uno skate park ricavato in una qualche ex struttura in cemento appartenente forse ai militari che occupavano prima questo posto, e un cafè, composto da quattro pali con una tenda e un tavolo in cui fermarsi a bere una bevanda calda offerta da una vecchia coppia del luogo, e un negozio che altro non è che un tappeto sulla sabbia su cui sono disposte collanine e manufatti di vario genere.

Qui non si paga nulla, qui ci si scambia le cose, oppure ce le si regala e basta: il concetto non è avere o dare ma condividere ciò che è necessario.

E poi, sparse per tutta la città, se di città si può parlare, vere e proprie opere d'arte.

Composte da tv, copertoni, grandi strutture in ferro, qualsiasi tipo di rottame che grazie all'estro e alla creatività umane diventano arte e pura bellezza.


Avevo tante aspettative su questo mio viaggio in America, e le più entusiasmanti erano riservate proprio alla tappa californiana. Non vedevo l'ora di toccare finalmente l'oceano Pacifico, di risalire la costa fino a San Francisco, di calpestare le strade degli scrittori e dei musicisti del mio cuore, ero sicura che sarebbe stato il punto più alto della mia avventura.

E invece l'emozione più immensa arrivò proprio qui. Pur sempre in California, ma prima di toccare quel tanto anelato oceano lontano, ancora nel deserto, lontana dalle alte palme e dalle coste di San Diego.

Inaspettatamente, nella contea più povera e polverosa della California, avevo trovato il luogo più speciale della mia vita, e stavo vivendo l'apice del mio viaggio in America.


Passammo tre giorni a Slab City.

Per il tipo di attrezzatura di cui disponevamo (nulla) era il massimo.

Ci abituammo a fare i nostri bisogni dietro alla duna che più ci rassicurava, esplorammo l'intera vasta area della città e conoscemmo le persone più strambe e interessanti che si potessero raggruppare nello stesso posto.

Avevano storie svariate, forti: spesso sfuggivano dalla società a causa di tragedie personali o vite complesse, c'erano ex carcerati o persone rimaste sole al mondo.

Sicuramente non tutte, nel mondo, erano state persone buone. Ma avevano rinunciato a ogni bene materiale per vivere con se stessi, e magari ritrovare la propria anima.


C'erano delle sorgenti calde che riempivano delle pozze dove tutta la gente del posto si andava a lavare. Io non mi sentivo abbastanza a mio agio per spogliarmi e immergermi con loro, quindi in quei tre giorni tutto quello che mi lavai furono i piedi.


La seconda mattina, accesi il nostro fornelletto da campo e cucinai quanti più pancake riuscii a far risultare dal preparato in scatola che ci eravamo portati. Poi feci quello che facevano loro, iniziai a fermare la gente o chiamarla in lontananza, offrendo loro un boccone e condividendo qualche ora di chiacchiere e risate.

Questo ci procurò un invito alla serata in programma quel giorno: musica dal vivo al Range, un vero e proprio locale con un palco e una platea di poltrone sfondate, divani rattoppati, sedie traballanti, sgabelli arrugginiti, cassette di legno e qualsiasi tipo di rottame che potesse essere utilizzato come seduta o appoggio.

Quella serata fu pazzesca: era buio pesto tutt'intorno, il cielo era pieno zeppo di stelle e le flebili luci del Range, alimentate a pile o da un generatore che riforniva il palco, erano appena sufficienti a non inciampare tra la gente e a trovare un posto per assistere a chiunque avesse voglia di cantare o suonare.

Uno svedese con due lunghe trecce bionde si sedette con me e Amanda, e ci offrì una sigaretta "speciale" per sopperire alla mancanza di drink in quel bar.

In poco tempo si formò un gruppetto formato da noi, chi ci sedeva davanti e chi ci stava di fianco, e tra la musica e il buio che non mi permetteva di leggere le labbra, tra la sigaretta truccata e l'euforia della serata io giuro non capivo quasi niente di quello che mi dicevano, ma fu comunque il momento più sereno e divertente del mio viaggio.

Forse, dell'anno.

Quasi quasi, potrebbe entrare nella top ten della mia vita.


In pochissimi giorni Slab City mi insegnò che bastava davvero poco.


Ci sono altre cose molto interessanti da fare, nei dintorni di Slab City.

Il Salton Lake e le cittadine che lo circondano hanno un'aria post-apocalittica che dà i brividi.

Essendo un'area molto povera, la maggioranza degli esercizi commerciali e delle strutture nei dintorni sono abbandonate o ridotte a ruderi polverosi.

Il lago di per sè, che nasce dall'inondazione di quella che un tempo era una pianura abitata, è salato, inquinatissimo, e circondato dal deserto. Questo fa si che i malaugurati pesci che ci finiscono dentro muoiano, costellando quindi le rive coi loro cadaveri che restano lì a essiccare. Da brivido.


Lasciando Slab City e dirigendosi verso il resto dello stato, è d'obbligo una fermata nel pazzesco Joshua Tree National Park. Qui i brividi non sono di terrore ma di piacere e meraviglia, davanti a uno spettacolo naturale così perfetto.

Qui due diversi deserti, quello del Mojave e quello del Colorado, si incontrano dando origine a sinuose formazioni rocciose, alcune basse altre imponenti, intervallate da cespugli e piante di Joshua Tree, il particolare albero di Yucca di cui il parco è pieno, e da cui prende il nome.


La mattina del terzo giorno, proprio dirigendoci al Joshua Tree National Park, salutammo l'incredibile Slab City, con tante foto nella memoria della fotocamera, un piccolo ciondolo di legno preso a una delle loro bancarelle appeso al collo, e un milione di ricordi ed emozioni nel cuore.

Dopo il deserto, ci aspettava l'oceano Pacifico, il punto più lontano del mio viaggio: da lì, sarei potuta soltanto tornare indietro.


Slab City è ancora lì. Io non ci sono mai più tornata.

Da internet, da Google Maps, noto che ci sono stati alcuni cambiamenti.

Si trovano addirittura degli ostelli, che immagino non essere altro che tende spartane nella sabbia, ma che simboleggiano un afflusso certo maggiore di visitatori rispetto a quando mi trovai lì io.

Si vedono alcuni grandi e moderni camper parcheggiati nei pressi della città, che potrebbero trasportare turisti curiosi ma forse poco consapevoli, che potrebbero sporcare un pò la perfezione di questo luogo, ma non mi sembra che sia stato violato o rovinato, per ora.

Certo, ci sarà qualcuno che con un outfit in stile Coachella frivolamente si farà un selfie davanti alla Salvation Mountain, senza capirne il significato, ma va bene così: il mondo è vario, non facciamo i bacchettoni.


Ma spero che chi ne avrà sentito parlare da me, o da chi ne ho sentito parlare io, o chi mi somiglia anche solo un pò o chi è molto più conscio di quanto lo sono io, se visiterà questo luogo magico lo farà per arricchirsi, nel rispetto di chi lo chiama casa, riempiendosene gli occhi e il cuore e la mente ma senza lasciarvi rifiuti o influenza negativa.


E chi lo sapeva, che al mondo esisteva un posto così.

















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