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Tornare a casa

Aggiornato il: 18 ott 2019

Sono a Tehachapi.

Dò le spalle alla mia amata California e torno verso est: vado a Las Vegas, fuori dal finestrino scorrono aranceti e colli ondosi, leggeri in un pesante cielo grigio carico di sentimenti e di pioggia, ma non piove.

Lascio Jack, il cane sociopatico e quel lontano odore di puzzola che non ha mai lasciato del tutto il suo pelo, lascio il vecchio RV ormai a pezzi che per due mesi è stato la mia casa.

Lascio la mia compagna di viaggio, ormai amica, Amanda, in un triste Best Western di Bakersfield, CA, lo sguardo un pò perso a causa della sua sigaretta di legal weed mattutina, il takeout vietnamita della sera prima sul tavolino davanti a lei.

Lascio i miei jeans preferiti, perchè tanto non mi entrano più, e quel bel maglione comprato in un thrift store di Tucson, perchè nel mio zaino proprio non ci sta.

Lascio il mio grosso flacone di shampoo, e quello del balsamo.

Lascio lo smalto e l'acetone, la crema idratante, le mie poche pesanti comodità che avevano trovato spazio negli armadietti della Noble Beast ma che sarebbero troppo scomode sulle mie spalle, e davanti a me ancora 30 giorni di cammino, gli ultimi, davvero da sola.


Questa ultima fase del mio viaggio, forte dei mesi passati sulla strada, rinvigorita dalla sicurezza guadagnata attraversando gli States, fu la fase della consapevolezza. Mi sentivo forte, serena, e pronta a camminare da sola.


Non avevo quasi più un soldo, non avevo più un mezzo, non avevo più un compagno di viaggio.

Però, avevo molto più coraggio di quando ero partita.


Questa condizione mi metteva in una posizione completamente nuova: se fino a quel momento avevo vissuto senza pianificazione, prendendo quello che arrivava, godendomi il tempo senza fretta nè preoccupazioni, ora dovevo contare i minuti le ore i giorni e soprattutto i soldi.

Per esempio, fu ormai per me chiaro che il mio piano originario di riattraversare tutto il paese dirigendomi verso nord per arrivare a New York era fuori discussione: avrei dovuto farlo correndo, e i due spiccioli che mi erano rimasti davvero non sarebbero bastati.


couchsurfing.com e il sito di Greyhound diventarono quindi i miei migliori amici, e attraverso loro, di giorno in giorno, costruii le tappe del mio viaggio di ritorno.


TAPPA#1

VEGAS, BABY


La stazione di Bakersfield era affollata di vecchi alcolizzati e giovani tossicodipendenti. Prendendo però il bus di giorno, non mi ero sentita in pericolo. Avevo viaggiato durante le ore del pomeriggio e mi ero avvicinata a Las Vegas al calar del buio, avvistandola nel mezzo del deserto del Mojave come il rossore di uno spaventoso incendio nella notte: e invece erano le luci della Strip.

Las Vegas, la Strip: una lunga e dritta boulevard costellata di luminescenti casino, insegne gigantesche, donne seminude, fiumi di persone che bevendo dai loro enormi bicchieri fluorescenti tutto l'alcol che gli è vietato consumare nelle strade del resto d'America camminano e a volte barcollano tra costruzioni assurde che riproducono celebri città del mondo, ambientazioni fantastiche, antichi monumenti, perfino quel ramo del lago di Como.

Immaginatevi io, che arrivavo da mesi introspettivi di tranquille chiacchiere alla flebile luce della lampadina di un vecchio RV, catapultata tra quei neon, la musica assordante e le montagne russe. File di macchine strombazzanti, non più un albero.

Ero sbalordita.

Decisi comunque di seguire la corrente, e cogliere l'occasione per fare l'unica cosa fattibile a Las Vegas: far festa.


I miei hosts di couchsurfing erano uno strano trio: una coppia di grandi viaggiatori che si erano conosciuti proprio couchsurfando, e un amico con il quale lui aveva fondato una start up che gestivano attraverso alcuni grossi computer dal salotto della loro casetta tra i mall, i residence e i fast food della lunga Flamingo Boulevard. Avevano passato l'intera prima notte, seduti per terra mangiando hamburger e patatine In & Out, a parlare di viaggi, a insegnarmi slang americano e a spiegarmi come funzionasse il loro business: non mi è ancora chiarissimo, so solo che si erano inventati un qualche servizio per chiamare all'estero economicamente, che apparentemente andava un sacco in India, e che ogni volta che uno dei grossi computer emetteva un certo "ding!" loro esultavano perchè avevano guadagnato 10, 20, a volte 80 dollari.

Quel "ding!" nei miei 3 giorni lì l'avevo sentito centinaia di volte.

Vivevano a Las Vegas perchè in Nevada la tassazione per le aziende è bassissima. Chissà se oggi sono diventati milionari.


Con loro scoprii che nei casino di Las Vegas, mentre stai giocando, bevi gratis. Fu così che affinai la tecnica di farmi durare 5 dollari alla macchinetta del Black Jack anche due ore, giocando 5 cent alla volta, e riuscendo a ordinare abbastanza vodka tonic da non aver poi bisogno di comprarne neanche uno nei costosi club dove mi portarono a ballare.


Andammo al Bellagio, al Rio, al MGM, al The Palms: in quei club pieni di ragazze con tacchi altissimi, labbra rosse, lunghe chiome bionde e vestitini brillanti, io con le mie scarpe bucate c'entravo così poco che era quasi comico. Ma a questo servivano i drink gratis alle slot machine: a farmi sentire a mio agio anche lì.


TAPPA#2

ALBUQUERQUE, SANTA FE


Mentre mi davo alla pazza gioia a Las Vegas, avevo iniziato a scambiare messaggi con Roland, un ragazzo tedesco che, licenziatosi dalla BMW, si era comprato un biglietto aereo per fare tutto il giro del mondo, era approdato negli USA attraverso il Pacifico e le Hawaii, e a Los Angeles aveva comprato un rottame di auto che grazie alle sue conoscenze meccaniche aveva rimesso in sesto, che stava usando per attraversare gli Stati Uniti e che avrebbe poi rivenduto una volta arrivato sulla East Coast.

In quel momento era a Las Vegas come me, e si stava per dirigere verso Oklahoma City.

Io avevo deciso di ritornare in New Mexico, stavolta per visitarne il nord, e lui mi propose un passaggio fino ad Albuquerque dividendoci la benzina.

Il beneficio di viaggiare in macchina, rispetto a muoversi in pullman, era di poter fare delle tappe e visitare posti speciali sulla strada.

Noi facemmo uno stop alla Hoover Dam, la grandiosa diga che sul fiume Colorado segna il confine tra Nevada e Arizona, incrociammo la mitica Route 66 dalle parti di Kingman, AZ, e pur iniziando a notare un clima che si faceva sempre più rigido, nonostante la zona fosse famosa per le sue alte temperature, decidemmo di lanciarci in una deviazione che tutto d’un tratto ci sembrava irrinunciabile.

Dunque, mentre usciti dalla US93 percorrevamo la stretta Stockton Hill Road diretti all'ingresso del Parco Nazionale del Grand Canyon, rivedemmo i nostri piani iniziali: partiti all'alba da Las Vegas, saremmo dovuti arrivare ad Albuquerque nel primo pomeriggio.

Roland si sarebbe riposato qualche ora e sarebbe poi ripartito per l'Oklahoma. Io avrei fatto un giretto per la città e avrei poi preso il treno per Santa Fe, dove avevo già trovato un host di couchsurfing che mi avrebbe ospitata.

La sosta alla diga ci aveva già fatto ritardare di un'oretta: il nostro inaspettato tour al Grand Canyon, chissà quando ci avrebbe fatto arrivare ad Albuquerque.

Mentre lui guidava e io consultavo la mappa, notammo che l'aria umida si trasformò in leggera pioggerella. Gli alberi ai lati della strada iniziarono a piegarsi dal vento e la pioggia divenne sempre più insistente. Quando ormai mancavano pochi chilometri all'ingresso del parco, quella pioggia era ormai diventata neve. Neve. In Arizona!

Quando accostammo al cancello d'ingresso, pieni della falsa speranza di poterlo comunque varcare, la ranger infreddolita ci disse quello che temevamo: non si entra al Grand Canyon con la neve, tornatevene a casa.

Casa, per noi, era in realtà la stazione del treno di Albaquerque: ci arrivammo a notte fonda, capendo tra l'altro che se davvero fossimo riusciti a visitarlo, il Grand Canyon, ci saremmo forse arrivati il mattino dopo. Un pò delusi dalla visita mancata ma in fondo divertiti da quel viaggio pazzesco, andammo in cerca di un motel economico nei pressi della stazione, perchè ormai di treni per Santa Fe non ne partivano più, e Roland era troppo stanco per rimettersi alla guida.

Feci un’altra cosa che solo pochi mesi prima mi sarebbe sembrata impossibile: divisi una camera con lui, un perfetto estraneo fino al mattino precedente.

Ma invece quelle ore insieme ci erano servite per conoscerci, scambiarci i nostri racconti di viaggio, capire quanto simili fossimo in questa voglia di scoprire il mondo con purezza e senza nessun secondo fine.

Guardammo un film sul suo pc portatile, dormimmo un sonno profondo e comodissimo, e il giorno dopo ci salutammo davanti alla ricca colazione dell'Holiday Inn.


Per 7 dollari presi un biglietto del treno Rail Runner e percorsi i 2000 metri di dislivello che mi separavano dalla capitale del New Mexico, Santa Fe.


A quel punto di città americane ne avevo viste tante, ma Santa Fe riuscì a stupirmi a sua volta. Non ero più in America, tutto ad un tratto ero in Messico. Ero in un piccolo paese del West, passeggiavo tra le strade del centro storico con le basse case in argilla, i grossi mazzi di peperoncini appesi sotto i portici, i negozietti di manufatti indiani.

Passai giornate tranquille con il mio host, il professore Troy, che mi fece conoscere alcuni dei suoi studenti coi quali esplorai la città chiacchierando e mangiando delizioso cibo tex-mex.

Tre giorni dopo, partii per Denver.


TAPPA#3

OH, DENVER


Già il viaggio per raggiungerla era stato avventuroso.

Da Santa Fe dovevo prima di tutto ritornare ad Albuquerque con il Rail Runner, perchè la capitale del New Mexico la stazione Greyhound non ce l'aveva più da tempo. Da casa di Troy, che stava un pò alla periferia della città, speravo di prendere un autobus per raggiungere la stazione in downtown, ma per più di mezz'ora di autobus non s’era vista l'ombra, era buio pesto ormai, stavo sul ciglio della strada sola con il mio enorme zaino, rischiando di perdere il treno e la coincidenza con il pullman già pagato.

Avevo cercato di raggiungere la stazione di servizio cercando di chiamare un taxi, ma questo mi aveva dato 35 minuti di attesa: avrei perso il treno. Tanto meglio, perchè il taxi comunque non me lo potevo permettere.

Qualche messicano alticcio intanto si era avvicinato incuriosito dalla mia insolita presenza, volevano capire che ci facevo io, con la faccia da ragazzina carica come un mulo nella notte della periferia.

Poi un ragazzo su un grosso pick up bianco mi aveva urlato dal finestrino "Need a ride?"

Ed eccomi a correre verso questo sudamericano un pò fatto, saltare sul truck sbattendo il mio enorme zaino contro il parabrezza, in quell'abitacolo fumante d'erba. Lui mi fece alcune di quelle solite domande che tante volte in quei mesi mi ero sentita fare, sul mio viaggio, ma che ci facevo io sola nella grande e pericolosa America con tutti quei matti che c'erano in giro? Ma ogni volta poi, sentendo la mia storia, questi perfetti estranei mi stavano a sentire incuriositi e affascinati e benedicevano il mio viaggio.

E ancora una volta, uno sconosciuto mi aveva salvato il culo.

Ad Albuquerque attesi il mio bus nella losca stazione tra i soliti vagabondi ubriachi, e dopo sette ore stretta stretta nella notte verso il nord, eccomi arrivare in un mattino di sole basso e lucente nella grigia e rossa e fumosa Denver.

Bella da far male.


Anthony, il mio host, mi aveva chiesto di aspettare le 10 per andare a casa sua: era un bartender e la mattina aveva dei problemi a svegliarsi. Avevo quindi atteso concedendomi un chai tea allo Starbucks all'angolo tra la 16th e Blake, a due passi da Market e Larimer, nel centro di Lower Downtown, guardando la città svegliarsi attraverso la vetrina appannata.


Anthony lavorava in un bar sotto casa sua. Mi lasciò libera di usare il suo appartamento durante le tante ore che passava fuori, mi invitò a finire le mie giornate, o a iniziare le mie serate, al bancone del suo locale, dove conobbi i suoi colleghi e amici con i quali scoprii la pazza vita notturna della Mile High City. Mi trascinò a una partita di rugby in una gelida mattina in cui mi sentii proprio poco americana, ibernata a bordo campo con gli amici tifosi, senza capire nulla del gioco, e con in mano un bicchiere di Hop Skip - un intruglio di vodka, birra e limonata. Mi diede consigli sui quartieri da esplorare e i musei da visitare, nelle mattine in cui dormiva e nei pomeriggi in cui era al lavoro.

Passai quei giorni a Denver come se fosse casa mia, la girai innamorandomene senza fretta, riconoscendo quella città magica su cui tanto avevo fantasticato attraverso i miei libri prima di partire, e che ancora oggi resta una delle mie preferite.


Gli alti palazzi grigi, gli edifici industriali in mattoni rossi, il fumo che usciva dai tombini di ghisa, le imponenti e meravigliose Montagne Rocciose sullo sfondo.

Fu difficile decidere di andarmene da lì. Partire voleva dire mettere fine al mio viaggio, non essere più da sola. Escludendo la lunga tappa forzata a El Cajon, San Diego, Denver fu la città dove mi fermai più a lungo.

Dopo più di una settimana, però, presi coscienza del fatto che il tempo stava veramente per scadere, e che non avevo i soldi per un biglietto aereo per tornare in Florida.

Quindi, partii.


TAPPA#4

52 HOURS


Ero seduta sul tappeto nel soggiorno di Anthony, con il mio piccolo pc sulle gambe, e cercavo un modo per tornare a Palm Beach. Cercavo persone che come Roland offrissero passaggi ad altri viaggiatori, cercavo soluzioni economiche per spostarmi il più a est possibile. Ma ero stata lenta, e poco organizzata, e avevo troppi pochi giorni a disposizione per poter essere flessibile.

Quindi decisi di acquistare un altro biglietto Greyhound, e mi ricordo ancora quanto fossi incredula mentre lo facevo. Inserivo i dati della mia carta di credito e ridevo di me stessa.


Ne ho vissute di esperienze pazzesche in questi sei mesi in America: ma le 52 ore di viaggio in pullman da Denver a West Palm Beach le hanno superate tutte.


Partivo con la solita emozione ma anche una grande tristezza nel cuore. Dicevo addio ai monti del Colorado mentre le verdi pianure del Midwest circondavano quella lunga lingua grigia che maledetta mi riportava a casa.

Non guardavo nemmeno l'orologio, talmente era lontana l'ora in cui sarei finalmente giunta a destinazione: vivevo quel lungo percorso come un viaggio a sè, senza la fretta o l'aspettativa dell'arrivo.

A ogni fermata cambiavo posto. Mi sedevo in fondo quando il bus era gremito, tra grossi neri dai denti d'oro, giovani ragazzi con voluminose sacche rattoppate, anziane signore dallo sguardo perso all'orizzonte.

Mi sdraiavo su due sedili davanti quando avevo abbastanza spazio per riuscire a dormire per qualche ora.

Cambiavano le fermate, cambiavano gli autobus, a volte vecchi e puzzolenti, altre moderni e spaziosi. Cambiavano gli autisti che nei loro primi dieci minuti di corsa recitavano la loro predica ai viaggiatori del bus: i più paziente chiedevano di mantenere un comportamento civile, i più esilaranti minacciavano "you better behave or I'll kick you off ther bus".

Passavo dal Colorado al Kansas al Missouri all'Illinois all'Indiana, al Kentucky, al Tennessee.

Cambiavano i fusi orari, cambiavano i passeggeri, i miei accidentali compagni di viaggio così intimi anche solo per poche ore passate insieme a raccontarci le nostre vite, a condividere momenti e sorrisi.

I bus friends.

A Salina, in Kansas, un peruviano dai capelli lunghissimi mi istruiva su come diventare vegana e vivere in completa sinergia con la natura.

A Kansas City, in Missouri, una simpatica signora mi offrì una fetta di torta mentre ascoltava il racconto del mio viaggio.

Attraversando l'Illinois una coppia di anziani che andavano a trovare la loro figlia in Kentucky condivisero con me un sacchetto di cracker a forma di animali.

A Evansville, in Indiana, mi unii a un gruppetto di passeggeri fermi a prendere una boccata d'aria sotto una banchina, e riparandoci dalla pioggia ci scambiammo battute e consigli per il viaggio.

A Chattanooga, in Tennessee, superato il Kentucky salii su un bus con immensi sedili di pelle dove dopo qualche chiacchera con Eric, che stava attraversando il paese da quasi una settimana, mi addormentai profondamente.

Arrivati ad Atlanta, Georgia, strimpellando la sua chitarra sul pavimento della stazione Eric raccontò a me e a qualche altro stanco viaggiatore di come stesse andando a cercare fortuna a est, dopo aver chiesto alla sua ragazza di sposarlo, ma aver ricevuto un suo rifiuto.

A Jacksonville, Florida, salì un ragazzo svizzero che aveva da poche settimane iniziato il suo viaggio in America, proprio con il biglietto cumulativo Greyhound che all'inizio della mia avventura avevo pensato di comprare anch'io.

Nella cupa e sporca stazione di Orlando venne a farmi compagnia Catherine, perchè in due avremmo avuto meno paura, e mi raccontò della sua passione per i tarocchi, le sue esperienze paranormali, i suoi viaggi avanti e indietro tra le case dei suoi genitori, tra il nord e il sud degli Stati Uniti, e di quanto tempo passasse sui bus per raggiungerle.


Arrivai a West Palm Beach la mattina presto di due interi giorni e due intere notti dopo la mia partenza. Mi sembrava passato un mese.

Ormai i bus friends dell'ultima tratta facevano il tifo per me e li salutai tutti con entusiasmo, scendendo dal pullman.

Ero così stanca da essere quasi allucinata, in uno strano stato confuso ed estatico, incredula per essere davvero arrivata alla fine di quel viaggio assurdo.


TAPPA#5

GOODBYE


Tornai dalla famiglia C, a North Palm Beach.

Disfai un'altra volta il mio zaino, feci una cernita di ciò che mi sarei riportata in Italia, e di ciò che avrei abbandonato lì. Salutai mamma C e papà J, abbracciai le ragazze e dissi addio a quei suburbs che tanto mi avevano spaventata sei mesi prima, e tanto mi sembravano familiari ormai.

Poi ripresi un bus, stavolta per una tratta ben più breve, e ritornai a Miami, dove spesi gli ultimi tre giorni a casa di Peace, il mio primo host di couchsurfing.

Furono tre giorni molto diversi dal mio primo viaggio a South Beach: non avevo voglia di party e festeggiamenti, non volevo infilarmi in serate folli e discoteche affollate.

Spesi il mio tempo con me stessa, passeggiando silenziosamente tra le strade della città, stando seduta sulla sabbia ad osservare l'oceano, ascoltando pezzi dei discorsi delle persone che mi passavano vicino.

Cercavo di interiorizzare tutte quelle immagini e quei suoni, per non perderne mai la memoria, per poterne rivivere le sensazioni, se ne avessi avuto bisogno, una volta tornata a casa.

Completai i miei diari, riordinai le mie idee, mi asciugai le lacrime di gioia e di malinconia, chiusi il mio enorme zaino un'ultima volta, e misi fine al capitolo più emozionante della mia vita fino ad allora.

Avevo raggiunto i miei limiti, li avevo sorpassati.

Avevo capito di cosa ero capace, avevo rimesso ordine alle mie priorità.

Ero pronta ad affrontare la vita con occhi nuovi e più belli, e non vedevo l'ora di metterli alla prova.


Salii sull'aereo e in un attimo ero a casa.

La mia America, il mio grande salto, era finita qui.

Ora iniziava un altro grande viaggio.


--

“So in America when the sun goes down and I sit on the old broken-down river pier watching the long, long skies over New Jersey and sense all that raw land that rolls in one unbelievable huge bulge over to the West Coast, and all that road going, and all the people dreaming in the immensity of it, and in Iowa I know by now the evening-star must be drooping and shedding her sparkler dims on the prairie, which is just before the coming of complete night that blesses the earth, darkens all the rivers, cups the peaks in the west and folds the last and final shore in, and nobody, just nobody knows what's going to happen to anybody besides the forlorn rags of growing old, I think of Neal Cassady the father we never found, I think of Neal Cassady, I think of Neal Cassady.”


Jack Kerouac, On the Road - Original Scroll









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