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USA: Un Salto Avanti

Aggiornato il: 7 set 2019

"Dobbiamo andare e non fermarci mai finchè non arriviamo" "Per andare dove, amico?"

"Non lo so, ma dobbiamo andare"


(Jack Kerouac, Sulla strada)


E' il 24 settembre del 2010.

E' venerdì, sono le 10 del mattino.

A Linate il cielo ha quel colore grigio tipico dell'autunno appena iniziato, un pò pesante, le nuvole basse cariche di pioggia.

Davanti ai banchi del check in di British Airways c'è un piccolo gruppo di persone che quell'anonimo giorno di settembre si sono prese una mattina libera per fare qualcosa di diverso dal solito. Per andare a salutare una figlia, una sorella, un'amica, che parte.

Lei è lì, con un grande bagaglio e un Eastpak straripante, i jeans larghi e un pò consumati, le Superga bianche nuove di zecca, il passaporto stretto in mano, l'espressione confusa, gli occhi lucidi.


Quando era giunto il momento di organizzare l'anno in arrivo, finiti gli studi finita la famosa tossica relazione, erano diverse le opzioni che avevo preso in considerazione. Avevo fatto un colloquio per un'associazione di volontariato in Mozambico. Avevo raccolto informazioni per un lavoro sulle navi da crociera nei Caraibi. Avevo preso contatti con il consolato australiano per il famoso working holiday visa. Non avevo evidentemente le idee chiare, nè forti pretese di carriera: l'importante, per me, era partire.

Così, quando mio padre mi aveva parlato di un amico americano che avrebbe potuto farmi fare la ragazza alla pari per qualche mese negli States, mi era sembrata l'occasione perfetta per avere una base di partenza per un viaggio avventuroso: entrare nel paese con calma, prendere confidenza con la lingua, organizzarlo da lì.


L'America per me aveva sempre avuto un significato importante, entrambi i miei genitori negli anni '70 avevano fatto il famoso on the road zaino in spalla, ne sentivo parlare da quando ero nata, le canzoni e i libri del mio cuore erano ambientati lì.

Lo sentivo davvero, il sogno americano.


Trattandosi di un amico di famiglia che mi avrebbe ospitata senza retribuzione, non sono passata attraverso agenzie nè iter tradizionali.

Con la famiglia C. (padre, madre e le due bambine di 9 e 7 anni di cui mi sarei occupata), iniziai una corrispondenza via mail per conoscerci virtualmente prima di incontrarci.

Per quanto riguardava la parte burocratica, invece, mi serviva solo un visto più lungo del tradizionale ESTA, quindi ciò in cui mi impegnai di più in quei mesi fu la raccolta della documentazione necessaria per ottenere il B2 - nonimmigrant temporary visitor visa, della durata di sei mesi, dall'austero consolato americano di Milano.

Ci ero arrivata alle 7 di un mattino estivo, spaventata dalla possibilità di un rifiuto che mi era stata data come probabile, ma fortunatamente il conto in banca dei miei come garanzia della mia capacità di mantenermi, il fatto di essermi appena laureata e le ragioni del mio viaggio avevano tranquillizzato l'impiegato che aveva preso in carico la mia pratica, e il mio permesso visto era stato approvato.

Era ufficiale: potevo partire.


Passavo i giorni come sospesa in un limbo di attesa spasmodica, scrivendo nervosamente sul mio diario senza di fatto dire nulla, aspettavo aspettavo ma non mi preparavo davvero, non riuscivo neanche a leggere la mia guida, era una partenza diversa dalle precedenti.

Non avevo un tempo limitato, un obiettivo preciso, un budget reale, prenotazioni da fare.

Sopra ogni cosa, non avevo un compagno di viaggio.

Questa volta non sapevo come organizzarmi perchè il viaggio che mi preparavo a fare, prima che in America, era un viaggio dentro me stessa.


Avevo vissuto un'estate di grandi divertimenti, giornate al mare, nottate fuori con gli amici, e poi il viaggio a Cuba: mi ero goduta la vita e la socialità in modo leggero e superficiale, esattamente come mi serviva fare. Ma la mia esperienza negli USA sarebbe dovuta essere l'esatto contrario. Mi ritrovai quindi nei giorni prima della partenza a scartare vestiti dalla valigia e ridurre il mio bagaglio al minimo indispensabile: due paia di jeans, un paio di shorts, una manciata di t-shirts e di canottiere, un paio di felpe, delle infradito e una giacca di jeans.

Più quello che avrei avuto addosso per partire.

La guida degli States, la mia vecchia copia di Sulla strada di Kerouac, la mia macchina fotografica e il computer portatile.

Tutto qui.

La valigia doveva rispecchiare il modo in cui mi sentivo rispetto a questa partenza: via il superfluo, con me solo l’essenziale.


Allora, dicevamo. 24 settembre, 10 di mattina, Milano Linate, valigiona lasciata al check in, lacrime e saluti, e una volta da sola, salita sul primo dei due aerei, scalpitavo perchè decollasse il più in fretta possibile. Avevo passato cosí tanti giorni ad aspettare quel momento, che appena si accingeva ad iniziare avevo bisogno di viverlo già al 100%. Iniziai a sentirmi bene, io, seduta sola su quell'aereo, lo schermo fisso sulla mappa del mondo, a scrivere e scrivere su quello che sarebbe stato il mio più fedele compagno di viaggio, un diario che avrei aggiornato assiduamente con pensieri, ricordi, nomi, e che oggi completa la mia memoria.


12 ore dopo, atterravo a Miami, ed ero terrorizzata.

Mi sembrava così grande l'aeroporto, così severo il controllo all'Immigration, così veloci e difficili da capire le frasi che mi rivolgevano le persone, e quelle che mi diceva papà J., che mi era venuto a prendere, durante il nostro viaggio in macchina verso le Palm Beaches.

Faceva un caldo umido e tropicale, fuori era buio pesto e intravedevo prima i grattacieli di Miami, poi le luci della Interstate 95, le enormi macchine e pick up targati The Sunshine State, poi le ville intervallate da canali e palme nei suburbs, le bandiere americane a ogni portico.

J. mi parlava delle regole di casa, delle figlie, dei suoi ricordi di mio padre, che non vedeva ormai da decenni, ma io non ascoltavo veramente: guardavo fissa fuori dal finestrino come se stessi guardando un film.

Arrivata a casa, una villetta color arancione su un piano solo con un prato tagliato di fresco e un backyard che confinava con un campo da golf, dopo aver salutato e scambiato qualche chiacchera e i miei regali dall'Italia con il resto della famiglia, mi ero trovata da sola nella mia stanza, stanca, sconvolta, in lacrime.


I primi giorni da sola dall’altra parte del mondo inizi a interrogarti su tante cose.

Prima tra tutte: ma chi cazzo me l’ha fatto fare?


Temevo che non avrei mai capito niente, che i soldi non mi sarebbero bastati, che non avrei raggiunto tutti i luoghi che volevo visitare, che a casa si sarebbero dimenticati di me, che mi sarei persa. Dopo i primi giorni di ambientamento con la famiglia C., in cui passavo il tempo a stringere le mani di tutti gli amici che mi presentavano e che con un grande sorriso mi chiedevano "Hey, how you doing?" (e a cui continuavo a rispondere "Fine, thank you!" - avrei poi capito che non mi stavano chiedendo come stavo, ma che era il loro modo di salutare) iniziai a capire forse sarei sopravvissuta, ma che dovevo agire per organizzare la mia vita lì: ero un pesce fuor d'acqua, ventenne, senza macchina, senza un'occupazione, in una zona residenziale abitata per lo più da pensionati e famiglie, in cui il mall più vicino distava 30 minuti di cammino.


Mi iscrissi a un corso di accent reduction, americano per stranieri, al Palm Beach Community College, per conoscere persone nuove.

Trovai lavoro come babysitter per due bambine piccole in una famiglia che viveva a pochi isolati da casa C., dove abitavo.

Iniziai a consultare couchsurfing.com: una piattaforma che si sarebbe poi rivelata fondamentale poi per il mio viaggio negli States, ma che per quei primi mesi mi avrebbe dato la possibilità di parlare con altri viaggiatori e conoscere locals che mi portassero a visitare qualche attrazione nei dintorni, o semplicemente con cui fare due chiacchiere davanti a un caffè.

Da Walmart comprai la bicicletta più economica che vendevano , e quella fu il mezzo per le mie esplorazioni giornaliere, grazie alle quali scoprivo man mano i miei posti del cuore.

Il molo di Anchorage Park a North Palm Beach, Jupiter, Juno Beach, Singer Island.

La grande parte dei miei pomeriggi la passavo su spiagge o moli, l'oceano davanti a me, sola a scrivere il mio diario e a pianificare il viaggio per gli States che mi accingevo a fare, mentre sgranocchiavo snack economici che compravo nei miei giri turistici a occhi spalancati negli enormi Walmart e drugstore americani.

Intanto, mi godevo la natura spettacolare che mi circondava.

Ero quasi sempre sola. Di turisti non ce n'erano, ma neanche di americani. Sembravano tutti intenti ad affollare le strade, i mall, i ristoranti, ma quelle spiagge selvagge, quelle riserve naturali, quelle foreste e quelle paludi restavano vuote, silenziose: solo i suoni della natura, le ruote della mia bici, i miei passi sui sentieri intatti.


Ogni sabato mattina, dopo il risveglio con le ragazze della famiglia C., andavo allo Starbucks di Palm Beach Gardens, mi sedevo a un tavolino esterno, fumando sigarette e gustando un chai tea latte grande, e leggevo Sulla Strada di Kerouac. Sottolineavo accuratamente le parti più importanti, lo studiavo con calma, centellinandomi le pagine, come in un rituale.

L'ultima pagina la terminai il 18 dicembre: era il mio ultimo sabato lì, a North Palm Beach.

Quello seguente, Natale, l'avrei passato a Naples, sul golfo del Messico, dai nonni della famiglia C.

Poi, sarei partita per il mio grande viaggio.


Ci ho messo tanto a scrivere queste prime righe sul mio viaggio americano.

Rileggo i diari e cerco di mettere in ordine i pensieri, ma un'esperienza così totalizzante è difficile da essere trascritta in poche parole: ho deciso di dividerla in capitoli, in modo da ordinare le idee, e rendere il racconto il più scorrevole possibile: questo è il modo in cui è iniziata.

E' stato un vero salto nel vuoto, questo mio viaggio in America.

Un salto che ho fatto un pò ad occhi chiusi, che mi ha fatta librare in volo, che mi ha portata avanti segnando una netta linea tra la ragazza che ero e la donna che sono diventata.


Grazie anche a questo, qualche anno dopo, è stato possibile l'arrivo di Shrimp.

Ma ci arriveremo.

Prima, altre storie.



Impressioni:


Seduta sul molo, il cielo è grigio ma fa lo stesso caldo. C'è però una brezza fantastica, di quelle che se ti accendi una sigaretta in due minuti è finita. E poi l'odore. Quell'odore tipico del porto che per alcuni è puzza e a volte puzza veramente, ma a me piace così tanto.

Sa di pesci, di barche, di mare, di viaggi.

In questi momenti penso a cosa ha senso volere dalla vita. Voglio una barca, voglio la brezza, voglio il profumo, la puzza, la libertà.


Mi guardo intorno, per strada, nei mall, nelle gas station, nelle strade dei suburbs, come mi trovassi in un grande acquario, come se li stessi studiando attraverso un vetro. Siamo così diversi pur essendo così uguali.

Facciamo tutti le stesse cose in fondo, ci svegliamo la mattina, lavoriamo, studiamo, mangiamo, beviamo, leggiamo, scriviamo, baciamo, facciamo l'amore, ci abbracciamo e siamo felici. Ma tutti quei particolari che ci infiliamo dentro rendono la stessa cosa così diversa da stupire chi la sta a guardare.

Ecco cosa sono, al quinto giorno che trascorro negli Stati Uniti. Sono stupita.


L'importante è avere sempre davanti il mare. Solo oceano, per migliaia di chilometri.

E poi l'Europa, e poi casa. E l'amore, la vita, le gioie, i dolori, tutto ciò che ho, tutto ciò che conta.

Qui, adesso in Florida, invece, non mi serve nulla. Basto io.


Ringrazio l'universo perchè sono viva, per l'emozione della nascita di un nuovo giorno a cui assisto con il viso bagnato dagli schizzi dell'oceano prima nero poi argenteo, avorio, azzurro, giallo, i riflessi di un sole appena sorto sempre diversi, in movimento. Ringrazio perchè ho superato a volte con forza, altre volte strisciando i momenti bui della vita, arrivando qua. Ringrazio l'universo perchè mi fa sognare sogni che riempiono le mie giornate e mi danno un obiettivo. Per l'alba, il tramonto, i colori, la sabbia, il mare. Le nuvole, il cielo, il sole e a volte la pioggia. Il caldo. Il silenzio e la musica. Il vento. Per mamma e papà. Per i sapori e gli odori, del cibo, dell'aria, delle persone. Per le parole e per i libri. I ricordi e le scoperte.

Le serate, il sudore, il vino e la vodka, per le sigarette e basta adesso smetto che mi fa male.

Ma sto bene.



Beware of alligators - typical South Florida sign

North Palm Beach

MacArthur Park

Anchorage park - My dock

Florida plate

Sunrise - Juno beach

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