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USA: the road trip

Aggiornato il: set 16

Ci abbiamo messo circa un mese ad attraversare l’America.

Non so dire se sia stato il tempo giusto: immagino che dipenda da che tipo di tappe si vogliano fare, è davvero soggettivo. Avremmo potuto impiegarci la metà del tempo cosí come il doppio, senza sforzo.


Prima di tutto, essendo gennaio, avevamo deciso di restare a sud per non incappare in temperature troppo rigide.

Un camper più attrezzato o un viaggio in mesi più caldi avrebbero permesso un itinerario molto più vasto.


The Noble Beast, così l’aveva chiamato Amanda in onore dell’ultimo album del suo cantante preferito, Andrew Bird, un artista indie folk americano, era per l’appunto un bestione lungo quasi una decina di metri, un colosso impolverato degli anni ‘80 il cui interno, rivestito in moquette e legno scuro, si componeva di un largo abitacolo per il guidatore, alle spalle del quale un lungo e stretto divano si estraeva diventando il letto di Ray, davanti allo sportello d’ingresso. Ancora più indietro si trovavano poi la cucina, composta da una parete attrezzata con armadietti, forno, fornelli e frigorifero e due panche con un tavolo che abbassandosi al loro livello formava la base del letto che fu assegnato a me.

Un breve corridoio ai cui lati c’erano il piccolo bagno e l’armadio portava poi alla camera da letto di Amanda e Jack.

A parte un paio di prese per la corrente e la luce dell’abitacolo, nessuna delle attrezzature elencate funzionava. Il frigorifero, con la sua chiusura ermetica, era perfetto per tenere in fresco latte e birre qualche ora, con il ghiaccio che compravamo alle gas station.

Il forno era la nostra dispensa e il ripiano dei fornelli il nostro bancone per far da mangiare. Il bagno era la stanza in cui ci cambiavamo i vestiti, ma nè il wc, nè il lavandino nè tantomeno la doccia erano utilizzabili.


Avevamo dunque un tetto sopra la testa e una superficie sorprendentemente comoda su cui dormire, ma per quanto riguardava cibo, igiene e funzioni primarie dovevamo affidarci a ciò che la good ol’America poteva offrire al nostro misero budget.


Il viaggio è lungo, andiamo con ordine.


Part #1: Southeast

Alabama, Mississippi, Louisiana.


Mentre macinavamo chilometri in mezzo a infiniti campi e paesaggi ancora sempre uguali c’era una cosa che mi colpiva profondamente: il cielo. Era immenso. Un cielo così vasto io non l’avevo mai visto. Eppure il cielo è lo stesso ovunque ti trovi, come può cambiare? Ebbene non è il cielo a cambiare, ma il paesaggio che lo circonda. È talmente libero l’orizzonte, in questa parte d‘America così piatta, senza un’altura, nessun accenno di montagna ovunque ti giri, c’è solo cielo, cielo a 360 gradi.

Lasciata la Florida, dirigendosi a ovest, ci si accorge subito di entrare nell’America vera, vecchia. L’accento diventa più stretto, più difficile da capire. I vestiti sono meno alla moda, i visi meno abbronzati e più segnati dal tempo, le macchine quasi tutte dei pick-up, si incominciano a vedere i primi cowboy hats, i grandi centri commerciali e le piccole botteghe, i motel ai lati delle highways, i fast food sempre raggruppati a tre o a quattro a cui si accede praticamente solo in macchina. Vedere qualcuno camminare, è molto raro.

E poi quelle che diventarono presto le mie migliori amiche, i miei rifugi dal freddo o dal caldo, dallo sporco, dalla sete, dalla fame. I luoghi in cui ho dormito e mi sono sgranchita le gambe, e attraverso i quali ho meglio conosciuto l’America che si muove, di notte e di giorno, tra una cittadina e l’altra, tra uno stato e l’altro. Le gas station.

Ci puoi trovare di tutto, e tutto fai da te.

Bagni spaziosi, enormi caffè o tè da portar via per un solo dollaro, piatti di nachos fumanti, hot dog caldi, e ovviamente ogni tipo di snack e bibita confezionata.

In quella prima traversata del sud io e i miei compagni di viaggio ci rendemmo in fretta conto che anche al sud può fare freddo, se è gennaio. E il freddo del sud è un freddo glaciale, che ti si infila nelle ossa, si insinua nelle fessure della vecchia Noble Beast, attraversa le felpe leggere che nei mesi passati nemmeno hai avuto bisogno di usare nella calda Florida, e non ti lascia più.

La nostra salvezza, quindi, erano proprio le gas station: docce bollenti per un paio di dollari, un litro di tè rovente per scaldarsi mani e stomaco lungo la strada a venire, e chilometri di duct tape con il quale cercavamo di isolare gli spifferi del camper.

In molte, tra l’altro, è anche consentita la sosta degli RV per la notte - altre, invece, sono riservate solamente ai camion: attenzione a seguire le regole, se non volete essere svegliati nel bel mezzo della notte da un poliziotto infuriato che, noncurante della pioggia torrenziale e delle vostre facce assonnate, vi caccerà dal parcheggio obbligandovi a rimettervi alla guida in autostrada per trovare un altro posto in cui fermarvi.


Di questa prima parte del viaggio, la perla fu senz’altro New Orleans. Con un che di familiare per un'europea come me, con le strade del French Quarter disseminate di locali tra cui passeggiare, i mattoni rossi, i tram, ma con una forte anima esotica che trasudava dal profumo del cibo speziato, i visi e gli abiti variopinti, gli amuleti voodoo appesi fuori dalle botteghe, Nola mi faceva sentire un calore che nella lucente Florida dei mesi passati mi era mancato. Era antica, era sporca, era autentica, concreta.

Qui è anche il punto in cui il Mississippi river si tuffa nel Golfo del Messico, le lente chiatte gli danno un’aria romantica, l’aria pungente di gennaio fa venir voglia di rinchiudersi al caldo in uno dei bar di legno scuro, ad ascoltare quel jazz cosí veloce e confuso, bere una birra e mangiare un piatto di jambalaya.

Si respirano musica e spiritualità per le strade della città, ma anche un forte alone di povertà e disagio non appena si esce dalle vie del centro e ci si scontra con la realtà dei segni ancora visibili della distruzione dell’uragano Katrina, ma anche dei meno celebri seguenti uragani che hanno sventrato intere aree, e vite, di questa città.


Part#2: Texas


Quanto tempo ci abbiamo messo ad attraversare il Texas? A me era parso infinito. Se il cielo mi era sembrato vasto in Alabama, tra queste immense praterie, in cui passavano svariate ore senza che incontrassimo nemmeno una città, mi sembrava talmente immenso da mangiarsi la terra. Chi è cresciuto nella stretta e affollata Italia certe vastità non se le riesce a immaginare.

E a volte ci siamo letteralmente dovuti fermare ai lati della strada, per andare in bagno tra i cespugli, perchè erano troppi chilometri che non incontravamo un luogo abitato.

Dopo una notte nella enorme e scenografica Houston, su consiglio di Ray ci dirigemmo a Corpus Christi, una città costiera che di per sè non aveva grandi attrazioni, ma che utilizzammo come base per dirigerci a Padres Island.

Padres Island è una lunga e stretta isola che ripara la costa texana sul Golfo del Messico. Ci arrivammo in macchina a bordo di un grande e lento traghetto che in una vera e propria tempesta ci portò in un paesaggio meraviglioso e selvaggio: l’isola è poco abitata ed è in gran parte una riserva protetta. Questo, il fatto che fosse gennaio inoltrato, il freddo e la tempesta, fecero sí che ci trovassimo completamente soli su questa lunghissima distesa di sabbia, tra le dune mosse dal vento e un mare impetuoso e bellissimo. Non mi ha dato l’impressione di un luogo particolarmente turistico, anche se non so che afflusso di persone ci sia d’estate, ma sono felice di aver potuto assistere a tale spettacolo.

Per la nostra seconda e più lunga tappa texana ci allontanammo dalla costa, e ci spostammo nell’entroterra: eccoci ad Austin, la capitale.

Due sono le caratteristiche principali di Austin, e sono entrambe lampanti anche per una come me, che non si era informata prima di visitarla: è una città universitaria, in cui i cafè pullulano di giovani in gruppo o davanti ai loro laptop, piena di eventi sociali e di aggregazione di diverso genere. Noi partecipammo a una riunione dell’associazione Food not Bombs, in cui nella cucina di una comune ci unimmo a un gruppo di ragazzi per aiutarli a cucinare diverse pietanze che portammo poi in uno dei tanti parchi cittadini, per dare una mano agli homeless della zona. L’altra sua particolarità è la profonda cultura musicale. Sembrano esserci più locali che case, a ogni muro sono infisse locandine che pubblicizzano concerti e serate blues di cantanti, chitarristi, musicisti che con i loro jeans e cowboy boots tanto rappresentano quell’immagine dell’America che avevo quando sono partita per questo viaggio. È una città autentica, Austin, e camminare per le sue grandi strade è un’esperienza bellissima.


Part#3: West

New Mexico, Arizona, California


Ad un certo punto, dopo settimane di orizzonti lunghi, tramonti senza fine, cieli a vista d’occhio, successe qualcosa. Il paesaggio iniziò a cambiare. Ecco le montagne.

Ci avvicinavamo al New Mexico.

D’un tratto i colori erano cambiati, erano cambiate le facce e la natura circostante.

Il nostro primo stop è stato il White Sands National Monument: un deserto di sabbia cosí bianca da sembrare neve, fatta di cristalli di gesso, tra Alamogordo e Las Cruces. Sembrava un paesaggio alieno, lunare, gli occhi quasi affaticati dal brillare delle dune contro il cielo azzurrissimo. A un certo punto, come un miraggio, vedemmo un cammello camminare adagio sulla cresta di una duna. Non eravamo diventati pazzi, ma un buffo uomo barbuto che viveva nei dintorni e aveva salvato, a suo dire, il cammello da un circo itinerante, lo portava a spasso sulla sabbia tutte le settimane, per farlo sentire a casa.

Ah, l’America.

All’ingresso del parco si possono noleggiare per pochi dollari degli slittini di plastica, per lanciarci sulla fresca sabbia giù dalle alte dune. È divertentissimo.

Che meraviglia, il New Mexico.

Ci dirigemmo poi a Las Cruces, la terra rossa e il deserto vero attorno, un infinito orizzonte giallo contro la cresta scura dei monti Organ, le pennellate di nuvole e uno, due, tre, dieci, venti puntini variopinti: una gara di mongolfiere che colorano il cielo. Mangiammo unto barbecue e piccante tex mex, e ci godemmo qualche giorno di primo vero meraviglioso west.

Poche ore di viaggio dopo, entrati in Arizona, arrivammo a Tucson. Ci avvicinavamo alla fine di gennaio, il clima era perfetto: un caldo tiepido di giorno, un fresco leggero di sera. Tra i cactus e le case basse, circondata da montagne, Tucson aveva l’aria della classica città del far west, con un’influenza messicana e uno spirito hippie. Passeggiando sulla 4th Avenue ci si perde tra bellissimi cafè, negozi di dischi, di vintage, e thrift store tra le cui ceste pescai un bel cappotto che mi serví qualche tappa più in là, un maglione ricamato, e i miei fantastici cowboy boots che custodisco ancora gelosamente.

C’è un che di esotico, di caraibico, di cubano, forse di nativo americano nei colori delle case dai tetti piatti tra cui perdersi nel Barrio Viejo, e una vera poesia nel deserto di Sonora, che la circonda.


Usciti dalla città, ci dirigemmo al Picacho Peak State Park, il parco che circonda la cima Picacho, visibile già dal centro di Tucson, e poi al meraviglioso Parco Nazionale dei Saguaro, disseminato da migliaia di cactus di quella forma tipica che riporta alla mente Willie il Coyote, uno spettacolo pazzesco e raro, visto che i Saguaro crescono solo qui e in Bolivia.

Un piccolo consiglio: le infradito, in un campo di cactus, non sono una buona idea.


Un pit stop a Yuma, per una lauta cena, una doccia e una dormita, ed eravamo pronti a lasciare la nostra già amata Arizona: entravamo in California.

E la California è un’altra storia.


The road

A gas station

New Orleans

Padres Island

Austin, Texas

White Sands National Monument

New Mexico

Tucson, Arizona

Tucson, Arizona

Saguaro National Park



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